Il voto “storico”
Perché i repubblicani non s’arrendono di fronte all’Obamacare
La battaglia non è finita per i tanti oppositori della riforma della sanità americana. Nel giorno dei festeggiamenti per il risultato “storico” – oggi Barack Obama firma la legge che estende la copertura sanitaria a 32 milioni di americani – l’opposizione non si perde d’animo, dice che di storico non c’è granché, visto che il pacchetto legislativo è passato senza neppure un voto dei repubblicani: è il potere della maggioranza più che quello della storia. Sarà, ma dopo un anno di dibattiti, di scontri, di caccia al voto, di passi indietro, di viaggi annullati, di appelli, l’Obamacare esiste, e non è cosa da niente.

La battaglia non è finita per i tanti oppositori della riforma della sanità americana. Nel giorno dei festeggiamenti per il risultato “storico” – oggi Barack Obama firma la legge che estende la copertura sanitaria a 32 milioni di americani – l’opposizione non si perde d’animo, dice che di storico non c’è granché, visto che il pacchetto legislativo è passato senza neppure un voto dei repubblicani: è il potere della maggioranza più che quello della storia. Sarà, ma dopo un anno di dibattiti, di scontri, di caccia al voto, di passi indietro, di viaggi annullati, di appelli, l’Obamacare esiste, e non è cosa da niente se si pensa che tutti i presidenti che hanno tentato di mettere mano alla sanità si sono bruciati, dai tempi di Theodore Roosevelt e, più recentemente, di Lyndon Johnson, si parla di tutto il Novecento. Ma l’opposizione si vuole gustare la sua vendetta fredda, “ci sarà una risalita di Obama per una settimana o poco più”, dice al Foglio Bill Kristol, direttore di Weekly Standard e tra i più importanti detrattori della riforma sanitaria (già dai tempi dell’Hillarycare, peraltro, all’inizio degli anni Novanta).
Poi i repubblicani si faranno sentire, come scrive polemico il Wall Street Journal: “Abbiamo combattuto questa legge con tanta forza perché abbiamo studiato il sistema sanitario negli altri paesi e il risultato include sempre tasse più alte, crescita economica rallentata e cure mediche peggiori. Per quanto riguarda la politica, il primo verdetto arriva a novembre”. Novembre appunto, le elezioni di metà mandato: i democratici, forti di questo risultato tanto cercato e infine conquistato, riusciranno a trarne vantaggi politici? “Dipende tutto da come Obama riuscirà a riprendere l’ala più disillusa del partito, quella liberal” dice Andrea Mancia, vicedirettore di Liberal. Per i repubblicani la vita è decisamenete più facile, “senza neanche un Obamacare cui appigliarsi – continua Mancia – sarebbe stato più complicato denunciare la volontà del presidente di ribaltare l’America così come è stata finora. Ora c’è un cappio cui impiccare i democratici”. Ecco che una riforma in fondo non radicale – costosa, questo sì – diventa l’argomento elettorale più radicalizzato.
Bill Kristol spiega che i temi su cui i repubblicanimaggiormente insisteranno sono: “Il ritorno del ‘big government’, l’aumento del deficit e la tendenza dei democratici a far entrare lo stato in tutti i settori dell’economia”. Se si aggiunge che la riforma non avrà effetto fino al 2014, “la battaglia non è affatto finita, anzi. Ci sarà modo di dimostrare che è meglio tornare sui propri passi”.
Dalla loro parte i repubblicani hanno i sondaggi che dimostrano che gli americani non volevano questa riforma, avrebbero preferito una maggiore attenzione al rilancio economico piuttosto che un anno di dibattiti al Congresso sulla sanità. “Così ora, in vista del voto di novembre – spiega Andrea Mancia – tenteranno il tutto per tutto, contando sull’astensionismo liberal e insistendo sui costi della manovra”. La strategia è un po’ rischiosa: Kristol dice che c’è tutto il tempo per metterla in pratica, anche in vista del 2012, ma certo anche Obama farà in modo di convincere tutti i suoi che meglio di così non poteva fare, che lui è il presidente che rende il “change” realtà. “Al momento ci sono tutti gli elementi che c’erano nel 1994 prima del ribaltone repubblicano al Congresso”, conclude Mancia. “Ma tutto dipende da quanto e se migliora nel frattempo l’economia”.
Dalla loro parte i repubblicani hanno i sondaggi che dimostrano che gli americani non volevano questa riforma, avrebbero preferito una maggiore attenzione al rilancio economico piuttosto che un anno di dibattiti al Congresso sulla sanità. “Così ora, in vista del voto di novembre – spiega Andrea Mancia – tenteranno il tutto per tutto, contando sull’astensionismo liberal e insistendo sui costi della manovra”. La strategia è un po’ rischiosa: Kristol dice che c’è tutto il tempo per metterla in pratica, anche in vista del 2012, ma certo anche Obama farà in modo di convincere tutti i suoi che meglio di così non poteva fare, che lui è il presidente che rende il “change” realtà. “Al momento ci sono tutti gli elementi che c’erano nel 1994 prima del ribaltone repubblicano al Congresso”, conclude Mancia. “Ma tutto dipende da quanto e se migliora nel frattempo l’economia”.